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Matrone

 

Nel corso di una delle mie ricerche sul passato del Ticino, mi sono imbattuto nel culto alle Matrone, attraverso quello che verosimilmente era un altare votivo o un’epigrafe, incisa su una pietra antica, che ora sta all’esterno della Chiesa di San Quirico a Minusio.La lastra di granito, capovolta, è stata usata in tempi meno remoti per costruire il muro del tempio attuale dedicato al giovane martire di Licaonia.

L’iscrizione frammentaria in latino recita: MATRIBUS SACRUM / VOTO SU- SCEPTO / L. OPPIDUS FESTUS / V. S. L. M.Invece, ricostruita recita: MATRIBVS SACRV(M) / VOTO SVSCEPTO / L(VCIVS) OPPIVS FESTVS / V(OTVM) S(OLVIT) L(IBENS) M(ERITO), che tradotto significa approssimativamente: “Sacro alle Matrone per voto fatto, Lucio Oppio Festo sciolse volentieri il voto com’era giusto”.

Questa iscrizione è importante perché riporta termini che, pur essendo scritti in caratteri latini, appartengono alla lingua celtica. Viene così attestata l'esistenza del culto ad una triade di dee, dai Romani chiamate Matres o Matronae adorate nelle foreste o presso i corsi d' acqua e ritenute protettrici della fecondità della natura; venivano loro tributati sommi onori; compresi i sacrifici umani.

L’ara, trovandosi “conficcata” nella parete di una chiesa, può far pensare che anticamente in questo sito, o nelle vicinanze si trovava un luogo dedicato al culto delle Matrone. Queste erano divinità celtiche, venerate in epoca romana, e collegate al culto della fertilità. Esse erano le divinità protettrici dei pagi, dei vici, e dei poderi, e sono spesso associate ai culti presso le acque. Erano inoltre considerate protettrici dei luoghi di passaggio e dei valichi alpini, come di fatto fu la regione attorno a Minusio e Muralto, dove esisteva un vicus romano. Questo luogo, situato nella parte settentrionale del Lago Maggiore era una piattaforma per i viandanti e gli eserciti che una volta attraversati i valichi del Lucomagno o del San Bernardino, giunti sul lago, navigavanofino verso la Pianura Padana.

Il culto delle Matrone è noto grazie a epigrafi (come quella di Minusio), rilievi e statuette in terracotta, collocabili tra I e V secolo d.C. (la forma “v(otum) s(olvit) l(ibenter) m(erito)” è presente anche su epigrafi nella vicina Brianza, datati del III secolo d.C.), ma il culto doveva esistere in precedenza già nel II millennio a.C. (Miedico 2016, Dee che danzano, le Matrone di Angera e altre). Il culto delle tre dee è associato alla fertilità e all’abbondanza, alla maternità, alla nascita, allamorte, alla resurrezione e alla predizione. Le dee sono raffigurate sedute, in piedi o a cavallo, con un cesto di cereali o frutta sulle ginocchia, talora con un bambino al petto, con indosso un mantello agganciato al petto, le due esterne con un enorme copricapo, quella centrale, più giovane, ne è senza, ma regge un corno dell’abbondanza. Nelle raffigurazioni compaiono sempre in una piccola nicchia (aedicula); le donne romane, nelle feste delle Matronalia, le invocavano per poter aver bambini. Un culto dunque di divinità propizie alla fertilità ed alla salute umana, animale e vegetale. Il culto era talmente radicato che la Chiesa ebbe difficoltà a sopprimerlo e ribattezzò le tre Matrone con nomi di sante o martiri: ad esempio le tre Marie.

Mithreo

 

Leggendo “l’origine della pieve e l’ordinamento della pieve in Lombardia” di Mons. Ambrogio Palestra del 1963, mi ha colpito questa frase a pagine 367: “Con il mithreo di Locarno, quello di Angera è la testimonianza più cospicua del culto di Mithra”. Il Treccani definisce un mitreo o mithreo come “il luogo dove si svolgeva anticamente il culto mitraico….: generalmente situato in ambienti sotterranei”. La devozione al dio Mithra ebbe origine nel mondo iranico-persiano intorno al 1200 a.C. Secondo i studi di F. Cumont (2013), Mithra sarebbe una divinità garante dell’ordine cosmico e sociale: il dio infatti avrebbe avuto il compito di affiancare il dio supremo, Ahura Mazda, nella lotta contro il male.

Scarse sono le fonti relative alla diffusione e alle peculiarità di questo particolare culto in Occidente. Al I secolo d.C. risalgono le prime testimonianze di un’effettiva diffusione del culto e agli inizi del II secolo il mito e le forme del culto mitraico avevano ormai assunto caratteri propri, che venivano replicati secondo modelli costanti in ogni luogo di culto dedicato al dio.I principali temi desunti dai documenti iconografici raffiguranti il mito di Mithra, si possono suddividere in questa maniera (Corrias 2016): - la tauroctonia (l’uccisione del toro); - la nascita di Mithra dalla pietra (petrogenesi); - il banchetto; - il miracolo dell’acqua. L’elemento fondamentale nei mitrei era la tauroctonia, sempre ambientata in un contesto cosmico. Il sacrificio del toro, che probabilmente voleva alludere al sacrificio del dio stesso, rappresenterebbe l’atto primordiale da cui avrebbe origine il tempo che si rinnova. A tal proposito una dissertazione dell’Azari (1795) fa riferimento ad un marmo taurobolico Locarnese, su cui si sacrificava i tori! Purtroppo egli non fa riferimento a fonti oppure sul luogo di rinvenimento della lastra marmorea.

Mithra è inoltre spesso rappresentato mentre nasce da una roccia. La data della nascita di Mithra era fissata al 25 dicembre, alcuni giorni dopo il solstizio d’inverno, quando è nuovamente percepibile il movimento ascensionale del sole sull’orizzonte. La data coincideva con la festa del Sol Invictus,divinità solare con cui spesso Mithra veniva identificato. La festività era stata inserita nel calendario romano dall’imperatore Aureliano nel 274 come dies natalis Solis Invicti, in occasione della consacrazione al Sole Invitto di un tempio sul Quirinale.

Tornando alla frase iniziale, segnalo che ad Angera il mithreo era verosimilmente la “Tana del Lupo”. Lo studio dei reperti recuperati all’interno della grotta sembrerebbe suggerire la persistenza di questo culto fino alla prima metà del V secolo, ben oltre il limite cronologico rappresentato dagli Editti di Teodosio del 391-92, che imposero la chiusura dei templi pagani, riconoscendo come unica fede lecita quella cristiana. E a Locarno? Si trovava anch’essi in una grotta? Oppure nei sotterranei di un edificio o di un tempio? Il culto sul Lago Maggiore è in epoca romana, e a Muralto esisteva un vicus. Alcuni ricercatori tra cui il Nessi riferiscono altari ritrovati dedicati a Minerva e a Bacco, dove oggi sorge la Chiesa di San Vittore. Gli scavi del vicus di Muralto dimostrano che la parte dell’insediamento romano a monte dell’attuale stazione ferroviaria subì una trasformazione in luogo di culto cristiano con funzione cimiteriale fra la fine del IV e il V secolo. Vi è inoltre certezza che il culto di Mitra era praticato accanto ad altre divinità galloromane.

A causa delle rocce cristalline, nel Locarnese le grotte sono poche. Ricordiamone a Solduno in località Scogli, corte di Golasecca, e la grotta di Pagagn ad Arcegno, località Ruino. Questa conformazione indicherebbe di più ad un mitreo artificiale.

C’è an­che chi, tra gli sto­ri­ci, teo­riz­za che il Ca­stel­lie­re di Tegna al­tro non fos­se che un luo­go di cul­to dell’ac­qua de­di­ca­to a Mi­tra, la cui ve­ne­ra­zio­ne, in Eu­ro­pa, si dif­fu­se gra­zie ai sol­da­ti ro­ma­ni di rien­tro dal­le cam­pa­gne mi­li­ta­ri in Me­dio Orien­te. La pro­va la for­ni­reb­be­ro le mura, il cui spes­so­re mas­si­mo – pari ad una set­tan­ti­na di cen­ti­me­tri – non era cer­to quel­lo ti­pi­co di un ba­stio­ne di­fen­si­vo dell’epo­ca. Non da ul­ti­mo, un muro dia­go­na­le sem­bra­va pos­se­de­re le stes­se ca­rat­te­ri­sti­che di un tem­pio gal­lo-ro­ma­no.